
È tornata oggi a Crotone dopo 35 anni, la stele egizia che sul finire
degli anni Settanta venne ritrovata da un tombarolo per poi finire nella raccolta
egizia del museo del Castello Sforzesco di Milano. Si tratta della “Stele
di Horo sui coccodrilli”, alta meno di 10 centimetri, utilizzata
come talismano
contro serpenti, scorpioni e coccodrilli da un viaggiatore egiziano approdato
a Crotone tra il 378 ed il 341 avanti Cristo. La stele è stata
confiscata dai Carabinieri ed è stata consegnata alla soprintendente ai
Beni archeologici della Calabria, Simonetta Bonomi. Come è stato spiegato
nella conferenza stampa tenutasi stamani nel museo archeologico crotonese, è particolare
il fatto che, per la prima volta, si è ottenuta la confisca di un reperto
archeologico non da un museo straniero, come era avvenuta l’anno
scorso, con l’Askos riportato sempre a Crotone, ma da un museo
nazionale, quello del Castello sforzesco di Milano. Alla conferenza
hanno preso parte Domenico Marino, responsabile del museo crotoniate, Roberto
Spadea, responsabile del territorio, il comandante del Nucleo Carabinieri per
la tutela del patrimonio culturale regionale capitano Raffaele Giovinazzo, il
comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Francesco Iacono, il procuratore
della Repubblica presso il tribunale di Crotone, Raffaele Mazzotta e la soprintendente
ai Beni archeologici della Calabria, Simonetta Bonomi.
La nota del nucleo Tpc dei Carabinieri | Il recupero della “Stele
di Horo sui coccodrilli” rappresenta un importante successo nel più generale
quadro di contrasto all’illecito mercato di beni culturali archeologici.
L’efficace azione dei Carabinieri del Nucleo T.P.C. di Cosenza, sotto il
coordinamento del Procuratore della Repubblica di Crotone Raffaele Mazzotta,
ha consentito di accertare la provenienza dalla città di Crotone del prezioso
reperto archeologico. Più precisamente, le investigazioni hanno permesso
di: identificare l’autore dell’impossessamento illecito della “Stele";
accertare che la stessa era stata “scavata”, intorno agli
anni 80”, nei pressi dell’Ospedale Civile di Crotone e
successivamente venduta in Lombardia. Ne è conseguito il sequestro del bene archeologico
nel gennaio del 2011 ed il successivo trasporto in Calabria per i necessari approfondimenti
investigativi. Quindi, con il provvedimento di archiviazione, per intervenuta
prescrizione del reato della posizione processuale dell’unico indagato,
il Giudice delle Indagini Preliminari, presso il Tribunale di Crotone, ha disposto
la confisca della “Stele di Horo sui coccodrilli” e la sua collocazione
presso il Museo Archeologico di Crotone. Si tratta di un importante recupero
che va ad arricchire l’offerta culturale della città di Crotone
e di tutta la Calabria. Il Cippo di Horo sui coccodrilli - Epoca Tarda (378
a. C. – XXX dinastia) - è realizzato in basalto scuro, con un’un’altezza
di cm. 8,7 ed una
Breve descrizione del bene culturale | Larghezza
di cm. 5,1. Sulla faccia anteriore c'è una rappresentazione del
Dio Horo fanciullo. Il capo è interamente rasato ad eccezione della
parrucca caratteristica dei fanciulli che ricade sulla
spalla destra. Il viso è lievemente
rovinato. Sulla fronte restano tracce dell'ureo. Gli
occhi e le orecchie sono grandi. La parte posteriore
della stele è piatta
e reca, sulla sommità, una scena in cui alcune divinità adorano
una forma composita del sole nascente. Il dio solare è rappresentato
come un fanciullo seduto con due teste di ariete, sormontate
dalla corona Atef. Al di sotto della scena si trovano
quattordici linee di testo geroglifico, orientato da
destra.
l
progetto nasce da un concorso internazionale (2008) per
il Programma Urban 2 per la rivitalizzazione economica
e sociale della città e il recupero dell’area del Castello. Dopo
nuove ricerche storiche d’archivio
mirate, una organica campagna di rilievi materici e del
degrado con la relativa diagnostica non distruttiva,
i primi interventi sono stati indirizzati:
a) al consolidamento del terreno
e alla sistemazione a verde (ricorrendo alla efficace
tecnica dei prati armati) dell’area
esterna al Castello verso mare, dove una frana aveva fatto crollare il
muro di contenimento del terreno su via Verdogne, proprio davanti all’abitato
del Borgo Marinaro;
b) alla sistemazione a parco-giardino
del fossato verso città, realizzando così la sua naturale
continuità con l’area
verde della storica e contigua Villa comunale… continua
a leggere...

I Carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale hanno consegnato questa mattina alla Soprintendenza archeologica della Calabria una preziosa scultura di bronzo che era finita in mano a trafficanti d'arte. Si tratta di un'askos, unguentario bronzeo del V secolo a.C. raffigurante una sirena, proveniente da uno scavo clandestino a Strongoli, nel crotonese, e poi finito al Paul Getty Museum di Malibu', in California, che lo aveva acquistato per la somma di 600 mila dollari nel febbraio del 1992.

Si è svolta la mattina di Domenica 18 aprile 2010 la visita, già programmata,
alle cave antiche de Le Castella. Vi hanno partecipato soci e simpatizzanti,
che partendo da Crotone, con mezzi propri, hanno raggiunto il porto turistico
de Le Castella. Dal molo interno della darsena si è saliti sul banco
roccioso, che si affaccia all’interno del porto per pescherecci e
che conserva i resti di una cava di epoca greca. Da qui sono stati estratti
in gran parte, in epoca greca, i rocchi di colonne che sono serviti per
edificare, nel V sec. a.C., il grande tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna,
ma anche blocchi squadrati per il suo basamento. Dell’originale banco
roccioso calcarenitico, già intaccato in epoca più recente
dal funzionamento di una cava moderna per blocchetti da costruzioni, rimane
un tratto consistente dove si possono notare i tagli circolari operati
nell’antichità e le tecniche per l’estrazione. Tale
banco roccioso, che avrebbe dovuto essere demolito nel corso della costruzione
del nuovo bacino portuale, è stato a suo tempo salvato per l’intervento
della Soprintendenza archeologica della Calabria, in seguito a segnalazioni
e sollecitazioni del Gruppo Archeologico Krotoniate.
Insieme all’ammirazione dei partecipanti, che avevano l‘occasione
di vedere per la prima volta la cava, c’è da fare notare lo
stato di abbandono e di degrado (erbacce, spazzatura e fenomeni di erosione)
in cui versa la cava stessa.
Ci si è spostati poi su un tratto del banco roccioso confinante
con il Castello, dove pure sono evidenti segni di cava per blocchi squadrati,
raggiungendo quindi la scogliera che circonda il Castello-fortezza. Qui
sono stati fatti osservare ai partecipanti i resti di mura di fortificazioni
di epoca greca, conservati all’interno della fortezza cinquecentesca.
Notevole il grande muro greco a scacchiera, conservato sempre all’interno
ma sul lato posteriore attuale della fortezza, evidenziato alcuni decenni
fa da una frana. Anche in questo caso è stato notato lo stato di
abbandono e di criticità statica in cui versa tale testimonianza
di periodo greco.
In contemporanea un’altra comitiva proveniente da Taranto visitava
il Castello.
Vincenzo Fabiani
Ha avuto luogo Domenica 25 aprile 2010 a Torano
Castello, sede del Gruppo Archeologico del Crati,
la prima riunione dell’anno dei Gruppi archeologici della Calabria.
La riunione si è svolta, in mattinata, all’interno della Sala Polifunzionale
sita in Piazza Europa, allestita per l’occasione. Vi hanno partecipato
il G.A. del Crati – ospitante, rappresentato dal suo direttore Domenico
Re; il G.A. Krotoniate - direttore Vincenzo Fabiani; il G.A. del Pollino (Castrovillari) – direttore
Claudio Zicari; il G.A. Borgese (Borgia) – direttore Luigi Abruzzo; il
G.A. Paolo Orsi (Soverato) - direttore Angela Maida; il G.A. Altano (Polistena) – direttore
Salvatore Fida; e ultimo, per la sua recente costituzione, il G.A. Subacqueo
Sesto Continente (Catanzaro Lido) – direttore Capradossi Fernando; assente
giustificato il G.A. Castelmonardo (Filadelfia). Ha presenziato alla riunione
il Direttore nazionale Nunziante De Maio, accompagnato dal direttore del “Gruppo
Archeologico Golfo di Policastro” Romeo Toccacieli. Erano presenti
nella sala dirigenti e soci dei vari Gruppi calabresi
partecipanti.
Ha dato inizio alla riunione il direttore ospitante Domenico Re, che ha porto i suoi saluti al direttore nazionale ed a tutti i convenuti. Il direttore nazionale Nunziante De Maio ha porto a sua volta i suoi saluti, svolgendo un breve relazione. Il Direttore Regionale Vincenzo Fabiani, rivolgendo i suoi saluti e ringraziando per l’accoglienza il G.A. del Crati ed il suo direttore, nonché il direttore nazionale per avere accettato l’invito a presenziare alla riunione, ha presentato il nuovo Gruppo, che si è costituito a Catanzaro Lido, evidenziandone la specificità in riferimento all’archeologia subacquea. Dopo una breve relazione il direttore regionale ha introdotto i lavori.
Come
prevedeva l’ordine del giorno, dopo l’approvazione del verbale
della riunione del precedente Comitato Regionale, svoltosi
a Soverato il 13.12.2009, i direttori dei vari Gruppi
presenti, alcuni con l’ausilio di filmati,
hanno svolto le loro relazioni sull’attività svolta nei primi
mesi del corrente anno e sui programmi in corso. Si è passati poi
alla discussione, aperta a tutti, sulle attività in ambito regionale.
Si è deciso,
anche con l’intervento del direttore nazionale, di
celebrare un Giornata dei Gruppi Archeologici della Calabria,
da tenere nell’ambito
del Parco Archeologico della Roccelletta (ospitante il
G.A. Borgese) nel prossimo mese di settembre. La prossima
riunione del Comitato Regionale avverrà a
Polistena, sede del G.A. Altano, nel mese di novembre.
Alla chiusura dei lavori, guidati da Domenico Re e da
suoi collaboratori, in un clima quasi estivo, ci si è incamminati
per una visita al Centro Storico di Torano Castello, che presenta notevoli
aspetti d’interesse, sia
sotto il profilo urbanistico e architettonico che dal
punto di vista paesaggistico.
Dopo la pausa pranzo, presso il complesso agrituristico
Santa Rita, i partecipanti all’incontro di Torano sono ripartiti,
nel pomeriggio, per le rispettive sedi di provenienza.
Vincenzo Fabiani
Nell’ambito del corso “Itinerari di storia, archeologia e ambiente: Crotone e il suo territorio”, organizzato da Gruppo Archeologico Krotoniate, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Crotone, i cui incontri si svolgono ogni Martedì presso il Museo Civico del Castello, è stata effettuata, come già previsto, una prima uscita dei partecipanti al corso.
L’escursione ha avuto luogo nel corso della mattinata di Domenica
13 aprile, avendo come meta le emergenze collinari che
sovrastano la Chiesa di Santa Rita e Parco Carrara.
Tra i partecipanti, circa una trentina a vari livelli
di età, insieme ai genitori anche alcuni bambini.
La visita, partendo da Parco Carrara e seguendo un sentiero
in salita, ha interessato principalmente la collina di
Santa Lucia, dove sono evidenti i resti della cinta muraria
della polis greca del IV sec. a.C., già oggetto della relazione di Vincenzo Fabiani. Un punto
eminente e maggiormente fortificato della cinta muraria che proseguiva,
lungo i declivi collinari, verso l’attuale borgata S. Francesco e
da qui, oltrepassando il fiume Esaro, si collegava alla collina di Vigna
Nuova, seguendo poi l’andamento della cintura collinare che sovrasta
l’area nord della città antica.
Dall’alto della collina di Santa Lucia si domina, nella sua intera
estensione, l’area urbana della polis greca con i quartieri a sud
ed a nord dell’Esaro, con le sue spiagge ed i suoi approdi, fino
al confine settentrionale costituito dall’attuale torrente Passo
Vecchio.
Quindi, quello oggetto della visita, un punto strategicamente
importante della città antica, che permetteva il controllo di gran
parte del territorio Krotoniate.
L’escursione, guidata da Domenico Marino, archeologo della Soprintendenza
per i Beni Archeologici della Calabria, insieme ad altri esponenti del
Gruppo Archeologico Krotoniate, Vincenzo Fabiani, Luigi Cantafora e Francesco
Lamanna, è proseguita più in alto sulle emergenze collinari
adiacenti, dalle quali la visione dominante si completa sulle aree di espansione
della città moderna, sia in direzione di Tufolo che verso Capo Colonna
e sull’intera area costiera dalla foce del Neto al promontorio Lacinio,
nonché sulla vastità del mare fino all’orizzonte.
Dal punto di vista paesaggistico e naturalistico è stata sottolineata l’importanza dell’intera area calanchifera e fossilifera, già oggetto della relazione di Francesco Lamanna. Altrove aree similari sono state elevate al rango di “parco”. Viceversa da noi l’integrità dell’area è minacciata e stravolta da sempre nuove attività edilizie, che provocano sbancamenti e devastazioni in piena area SIC “Colline di Crotone”, e spesso non si comprende se esse siano abusive o autorizzate. Straordinario è l’interesse scientifico sotto l’aspetto paleontologico, come è dato a livello mondiale dalle sezioni di Vrica e Stuni, purtroppo anch’esse assaltate da nuove strade e lottizzazioni, stante la miopia dei poteri decisionali locali. Appunto le sezioni di Vrica e Stuni saranno oggetto della prossima escursione, nell’ambito del “corso” del GAK.
Vincenzo Fabiani
programma del corso su www.upmed.it
La Sila, anima montuosa della Calabria, un tempo ricoperta da un’ininterrotta selva, ha ospitato per millenni, prima dell’arrivo degli Achei nell’VIII secolo a.C., popolazioni le cui vicende, soltanto ora, iniziano ad essere testimoniate dalle prime indagini archeologiche e portate alla ribalta della storia.
Il Paleolitico inferiore è documentato nella vallata del lago Arvo. Qui è attestata la presenza attiva dell’Homo erectus (a partire da 700.000 anni fa).
Nel Paleolitico medio e superiore, le industrie litiche raccolte in diverse località (valle del lago Ampollino-Monte Nero, valle del lago Arvo, valle del Mucone-LagoCecita) mostrano una successiva frequentazione da parte dell’uomo di Neanderthal, poi sostituito dall’uomo sapiens.
Nel Neolitico, con l’introduzione dell’agricoltura,
e particolarmente in relazione alla diffusione della facies di
Stentinello (dal 5.000 a.C. circa) con i suoi aspetti
regionali, sorgono villaggi o singole fattorie in tutto il territorio dell’attuale Calabria.
Nelle fasi tarde del Neolitico, di grande interesse risulta l’occupazione
di ambienti prima raramente utilizzati. Nascono insediamenti nelle aree
collinari interne e in montagna, alcuni stabili, altri stagionali, forse
in relazione alla transumanza breve, dai pascoli delle pianure costiere
a quelli d’altura. Nel Neolitico inizia lo sfruttamento – per
produrre strumenti - delle colate di ossidiana, il vetro vulcanico estratto
a Lipari che, dalle coste del Tirreno e dello Ionio, seguendo le valli
fluviali e attraversando la Sila, viene diffuso in tutta la regione. Centinaia
di asce di pietra di età neolitica ed eneolitica, provenienti dall’intera
Sila, rinvenute tra XIX e primi decenni del XX secolo, fanno parte delle
collezioni dei musei calabresi e romani. Esse confermano la presenza umana
nelle aree montuose ed anche lo sfruttamento della foresta.
Le recenti campagne di ricerca e di scavo, condotte nel 2005, 2006 e 2007 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria sulle sponde del lago Cecita e, sviluppando e approfondendo precedenti indagini, del lago Arvo, hanno messo in luce numerosi insediamenti preistorici. Si tratta di vasti abitati, frequentati tra il Neolitico finale e l’Eneolitico iniziale. Alcune importanti aree sono situate a pochi chilometri dalla località turistica di Camigliatello.
L’ampia valle occupata dal lago Cecita è percorsa dal fiume Mucone, ora semi-sommerso dal bacino artificiale. In questi luoghi, per millenni, come in parte avviene ancora oggi, la valle ha ospitato, dalla primavera all’autunno, le innumerevoli mandrie provenienti dalla costa ionica.
Nel corso degli scavi e delle ricerche topografiche sono
stati rinvenuti vasi, strumenti in pietra, selce ed ossidiana.
In questi luoghi, gli antichi abitanti producevano gli strumenti litici,
praticavano l’agricoltura, l’allevamento del bestiame, la caccia, la pesca
e utilizzavano il legname. Il rinvenimento di “fusaiole” attesta
l’attività di filatura, probabilmente di fibre vegetali. Nel
grande abitato preistorico di Piano di Cecita sono riconoscibili diverse
capanne con struttura lignea. L’insediamento di Paliati ha restituito
ampi settori con tracce ben conservate di aratura. Vi sono inoltre attestazioni
relative all’esistenza di sepolture a fossa, purtroppo oggetto di
scavo clandestino. La presenza di sepolture di adulti, insieme a quelle
presumibilmente infantili, contribuisce, insieme ad altri elementi, a far
ritenere gli insediamenti di tipo stabile e non stagionale.
Nella successiva età del Bronzo nascono nuovi insediamenti in aree collinari o montuose, che rivestono una grande importanza per l’allevamento del bestiame, in funzione della transumanza, e accolgono varie colture agricole. Un importante sito dell’Antica età del Bronzo è quello del Timparello dei Ladri (Cotronei), sulle rive del lago Ampollino, nei pressi di un guado dell’antico fiume, ora coperto dalle acque dell’invaso artificiale. Qui, gli scavi, condotti nel 1994, hanno messo in luce resti di una capanna, nei cui pressi, intorno alla metà degli anni ‘50, venne rinvenuto un vaso contenente nove oggetti di bronzo (una lama di pugnale, sei lame di alabarda e due asce a margini rialzati) ora esposti nel Museo Nazionale Archeologico di Reggio Calabria.
Nell’età del Ferro, tra i diversi siti della montagna silana, spicca quello individuato presso la Timpa del Gigante (Cotronei). Il sito è collocato su un'altura che controlla un importante sentiero di crinale che collega la valle del fiume Neto alla vallata del lago Ampollino. Sul pendio dell’altura e sulla sua sommità, occupata da una cava di granito di età romana, sono presenti resti di un insediamento protostorico distrutto dal successivo impianto dell’antica cava. Su un'altura posta a poca distanza dalla precedente, il Timpone del Gigante, è conservata una cinta muraria riferibile ad un piccolo insediamento fortificato di età ellenistica.
Nei mesi di settembre e ottobre 2007 ha avuto luogo una
nuova campagna di ricerche archeologiche nell’area del lago Cecita.
Le indagini hanno interessato i terrazzi della riva del lago, che sono
stati esplorati con ricognizioni sistematiche. I numerosi insediamenti
individuati si riferiscono ad un arco cronologico che va dal Paleolitico
Antico all’età tardo antica.
Sul terrazzo di Forge di Cecita è stato scoperto, già nel 2005, un eccezionale complesso monumentale sacro di età greca (VI-III sec. a.C.). Si è proseguita l’indagine stratigrafica dell’area del santuario che appare delimitata da un lungo muro nel quale si apre un varco. All’interno è stato rilevato un edificio a pianta rettangolare. I saggi di scavo hanno messo in luce deposizioni di armi ed una statuetta fittile di divinità in trono, databile tra la metà del VI e la fine del V secolo a.C.
Sullo stesso terrazzo, sono state individuate grandi aree d’abitato di età romana. I reperti rinvenuti attestano una frequentazione continua dall’età repubblicana al periodo tardo imperiale. Nell’area è poi iniziato lo scavo in estensione di un grande edificio a pianta rettangolare, attivo già alla fine del III sec. a.C., con annesse strutture produttive. La frequentazione dell’area prosegue fino ad età tardo imperiale.
Domenico Marino
Archeologo Direttore – Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria
foto
di Domenico Marino
E’ opinione condivisa da molti filosofi, sociologi e scienziati che la società postmoderna in cui noi viviamo, abbia bisogno di una nuova etica che indichi nuovi principi, nuovi valori, nuove regole, nuovi paradigmi, poiché l’etica dei valori eterni, universali del Bene, della Giustizia, dell’Essere è ormai tramontata, morta. Così è nata l’Etica del divenire, che è conforme alla nostra società dell’incertezza, o società liquida, come è stata definita da Bauman! E’ questa un’etica che appare succube della scienza della tecnica, ed anche dell’economia e della finanza. Nell’epoca della globalizzazione, che è fenomeno eminentemente economico, l’uomo sembra avere smarrito ogni convincimento verso quei principi che dovrebbero fare da guida alle propria condotta morale e sociale. La sua essenza umana, civile è in crisi: è l’uomo ridotto ad una sola dimensione: è l’homo oeconomicus. La sua identità è quella del consumatore! Lavora, agisce, soltanto per perseguire un solo scopo: consumare, per non essere emarginato Si ha il paradosso dell’affermarsi dell’etica del successo, che è la celebrazione dell’individualismo più sfrenato. Noi postmoderni siamo invitati, anzi costretti a ripudiare il passato e la sua eredità culturale. Ma perché ripudiare le fondamenta di quella cultura che ha contribuito in maniera rilevante alla nostra formazione di uomini e di cittadini? Noi ci siamo formati allo studio delle dottrine morali dei filosofi greci, alla meditazione sulla loro filosofia, che ha come oggetto di studio l’uomo, non l’individuo astratto, avulso dal contesto sociale, ma il cittadino che vive nella Polis, che opera per la Polis. Grande scalpore ad Atene e in altre città greche, suscitano i Sofisti, celebrati maestri del sapere. Essi predicano l’etica del successo (come oggigiorno viene definita una dottrina affine!). Ma la vera novità rivoluzionaria è la loro abilità nel comunicare, nell’affrontare qualsiasi argomento, con l’arte sopraffina della retorica (lontana antenata della “scienza della comunicazione”). Con argomentazioni quanto mai valide , a loro si oppone il vecchio Socrate. Se l’etica dei Sofisti è l’etica dell’apparire, dell’apparire giusto, l’etica di Socrate è ben più rivoluzionaria e “sediziosa”: è l’etica dell’essere, dell’essere giusto, a qualsiasi costo, anche in una società ingiusta che non sa distinguere il giusto dall’ingiusto, il Bene dal male. Così Socrate accetta la condanna a morte, per non infrangere la Legge! Beve il veleno della cicuta, confortando i suoi discepoli ed anche il boia che gli offre la micidiale bevanda. Il contrasto tra etica e politica e la strenua difesa della superiorità dell’etica, della legge morale universale a confronto con il potere decisionale del politico è rappresentato in maniera sublime, nella sua tragicità, da Sofocle nella sua Antigone: la protagonista rivendica il diritto umano di dare degna sepoltura al cadavere del fratello, cui si oppone il tiranno Creonte che si trincera dietro il rispetto della legge.

Ma è Aristotele, il vero fondatore dell’Etica, come dottrina a sé stante, che studia il comportamento dell’uomo nell’ambito della società civile: l’uomo è per natura Zoon politikon, animale politico. Solo un bruto o un Dio può vivere da solo. Aristotele pone una netta differenza tra i vari processi teoretici e l’attività pratica, a cui dedica la sua filosofia pratica, distinta in etica, politica ed economia. E’ l’esperienza che suggerisce all’uomo buono e virtuoso le regole cui uniformare il suo comportamento. E’ ovvio che non si fa riferimento all’esperienza, intesa come conoscenza sensibile, ma all’esperienza di vita vissuta. La filosofia pratica si occupa, infatti, di cose praticabili, di azioni che traggono origine dall’iniziativa dell’uomo. Nell’ Etica Nicomachea. Aristotele ci indica qual è l’oggetto della scienza politica: è il bene dell’uomo. Il bene non è solo quello dell’ individuo, ma quello della Polis, della comunità, cui il singolo appartiene: è il bene che si deve praticare, non solo e non tanto, conoscere. La scienza politica deve conoscerlo (mezzo), per poterlo attuare praticamente, realizzarlo nella maniera più elevata possibile. Conoscere il bene e non metterlo in pratica non serve a nulla. Da ciò il ricorso alla virtù del giusto mezzo tra i due eccessi: ad es. tra la viltà e la temerarietà si colloca il coraggio. Qualcuno storce il naso di fronte alla virtù del giusto mezzo, perché ritiene che sa tanto di compromesso. Per Aristotele, invece, è il frutto di un delicato equilibrio, sempre difficile da raggiungere nell’agire pratico: “è una medietà tra due vizi, uno per eccesso,l’altro per difetto”… “sia nel campo delle passioni, che delle azioni” (Etica Nic.).

E che dire delle dottrine economiche dei liberisti? Dopo il 1970 la teoria keinesiana che era stata la base del Welfare State, è entrata in crisi. Si affermano nuove dottrine economiche: “Egoismo è bello ed è anche eticamente valido! . I ricchi sanno come investire i loro capitali e produrre altra ricchezza; i poveri consumerebbero, senza alimentare il circolo virtuoso; perciò agli imprenditori il massimo profitto, ai consumatori la massima soddisfazione. L’imprenditore è guidato da una mano invisibile(A.Smith): egli agisce egoisticamente per massimizzare il suo profitto, ma involontariamente accresce la ricchezza della nazione e, quindi, dell’intera collettività. E’ essenziale che il mercato sia libero e regolato solo dalla concorrenza. Oggi, la globalizzazione del mercato ci mostra che si sono creati dei cartelli, dei monopoli internazionali, nei confronti dei quali anche gli Stati non hanno sufficienti forze da opporre. Le disuguaglianze sociali tra paesi poveri (in via di sviluppo!) e paesi ricchi sono aumentate ed anche all’interno dei singoli Stati. Ed ecco la riscoperta dell’etica del nostro Aristotele. In Francia (Ricoeur), in Germania (penso alla scuola ermeneutica di Gadamer o a quella filohegeliana di Ritter), nei paesi anglosassoni, molti studiosi hanno avvertito la necessità di rifarsi all’etica aristotelica; mi riferisco a Alasdair MacIntyre” , il quale asserisce che l’umanità si trova in un una grave crisi di valori, come quella che portò al crollo dell’impero romano. La causa è la esasperata esaltazione dell’individualismo e del soggettivismo, di cui Nietzsche è stato il più fiero sostenitore, con la esaltazione della volontà di potenza.“La rovina della società sono stati i filosofi, gli scienziati, i preti”. “Le leggi morali sono solo espedienti elaborati dai mediocri per frenare la volontà dei migliori”. Per questo motivo MacIntyre scrive in “Dopo la virtù” un capitolo dal titolo significativo: Nietzsche o Aristotele. Di frontead una società così frammentata, egli ci invita al recupero della lezione dello Stagirita : senza una comunità, non esiste libertà, né la vera virtù. Eppure i migliori interpreti moderni della dottrina etica politica di Aristotele sono, a mio avviso, Amartya Sen, economista indiano, premio Nobel e Hans Jonas.
Il primo ha colto il nesso tra etica ed economia, tra etica e politica. Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom). E, nel fare ciò, si è direttamente riallacciato alla tradizione greca, inaugurata da Aristotele, dell’eudaimonìa, che non può tradursi col termine di felicità, né di benessere, bensì col termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sè e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life), ossia di una vita che fiorisce in tutte le sue potenzialità. Ancor più significativa è l’opera di Hans Jonas “Il principio della responsabilità”. L’autore, ispirandosi proprio alla concezione teleologica dell’uomo di Aristotele, mette in evidenza le enormi e gravi conseguenze provocate dalle radicali trasformazioni che scienza e tecnica hanno provocato e continuano a provocare sull’Ecumene. Egli ci ammonisce a rifondare un’etica del futuro che provveda a garantire la sopravvivenza delle generazioni future. La negazione della metafisica porta all’assolutizzazione del sapere scientifico, che di per sé è anch’essa una metafisica, addirittura dogmatica, in quanto rifiuta l’inquietudine del dubbio, l’ansia della ricerca. Un sapere assoluto, un sapere arroccato su verità assolute, è un sapere morto, senza futuro; è solo la manifestazione arrogante del Prometeo scatenato (lo scienziato!) di cui parla Hans Jonas. Preferisco fare nostra la dichiarazione, che risuona anche come monito, del filosofo John Locke: “noi prendiamo le nostre decisioni non nel mezzogiorno della certezza ma nel crepuscolo della probabilità”.
Nicolino Aiello